Matropolis di Thea von Harbou, 1926.

Non è stato semplice reperire una copia del libro di Thea von Harbou: più complicato che procurarsi l’omonimo film di Fritz Lang, suo marito.

Pochi sapranno, infatti, che Metropolis  il capolavoro del cinema muto degli anni venti, elevato da sempre a simbolo di una certa lotta di classe, è frutto della mente immaginifica di una donna, la quale, prima ne scrive la sceneggiatura, poi la rimaneggia e crea un’opera nuova, il libro, appunto.

Questo è altrettanto mitico e si sviluppa attraverso una trama complessa, che non ritroviamo integralmente nell’opera cinematografica, alle cui riprese la scrittrice assiste e partecipa. Dal sodalizio Lang –  von Harbou nasceranno altri film, destinati a divenire immortali , come M- Il Mostro di Dussedorf (1931), Il testamento del Dottor Mabuse (1933), ma lo sfondo sul quale si proietta la storia  dei due artisti è quello del Nazismo e ciascuno sceglierà una posizione differente nei confronti del regime che, alla fine, li separerà. Thea von Harbou rimane in Germania, si iscrive al Partito nazionalsocialista e diviene una delle figure più rappresentative dell’industria cinematografica del Terzo Reich, sebbene non verrà mai rivendicata, almeno in Italia, alla cultura di quella destra come, invece, è stato ad esempio per Ezra Pound .

Il regista, invece, dopo averne subito la censura, perchè i suoi film erano molto critici nei confronti dell’ideologia del Reicht, si traferisce all’estero, dove continua a produrre opere che gli sopravvivranno.

Quelli , tuttavia, che pensano di ritrovare nel libro, ma come anche nel film, Metropolis uno strumento di propaganda politica, sono destinati a rimanere delusi.

Nel libro, l’autrice, che dà corpo ad una paura molto comune per l’epoca, ovvero quella che le macchine possano sostituirsi all’uomo, fino a dar corso ad una vera e propria “civiltà” delle stesse, offre al lettore una descrizione lucida di un’ipotesi precisa: come si potrebbe vivere in una città nata e che vive attraverso il lavoro delle macchine.

Attraverso una costante rappresentazione delle macchine come entità viventi,  si trasmette il senso di contra naturam delle vite di tutti gli abitanti della città di Metropolis, tutti accomunati da un’unica esistenza di afflizione, senza distinzioni di classe, tra ricchi e poveri, operai e borghesi.

Più la macchina prende vita, assume una identità propria, quasi divina, dunque più elevata di quella terrena propria degli uomini, più questi perderanno ogni connotazione che li contraddistingue , fino ad essere ridotti in completa schiavitù. La schiavitù, però, è una condizione che un popolo non può sopportare troppo a lungo ed induce, presto o tardi, alla rivolta chi la patisce. Ed è quanto accade anche in Matropolis.

Questa scintillante  Nuova Babele alimenta la propria cupidigia attraverso  il frenetico lavorio delle macchine, le quali, a loro volta, si cibano di vita umana. Gli operai che vi lavorano accanto finiscono privi di linfa vitale, prosciugati sino all’essenza, dal contatto con la macchina che li ha privati di tutto, perfino dei figli,  la nuova stirpe di operai, messi al mondo e costretti ad essere albergati in una Casa dei figli, dove i bambini non hanno più alcun contatto con i genitori, impegnati incessantemente nel lavoro.

Il sistema è destinato, con tutta evidenza, al tracollo, che avverrà in maniera violenta, all’inizio, ricomposta, alla fine. Sarà allora che si delineerà all’orizzonte, all’apice del conflitto uomo-macchina, un futuro tutto da ricostruire su fondamenta di amore, quello tra uomo e donna, innanzitutto, che è alla base di ogni creazione fruttuosa per eccellenza, nel sistema di valori tradizionali germanici, e quello tra uomini, fratelli di una stessa madre, la Natura. E’ a questa che gli uomini sopravvissuti al conflitto dovranno ricongiungersi, per creare una nuova civiltà sulle ceneri di Metropolis. La Natura-Madre, infatti, non scompare da Metropolis, non perisce sotto il peso della nuova città, anche se relegata in un angolo, dal quale mostra fiera di resistere.

Il confronto con la Madre, si sa, è sempre complicato, soprattutto ove si rinneghi l’originario monito. E questo suona chiaro anche per la Mente di Metropolis (Jho Ferdersen), il quale , alla fine, comprende che dovrà affidarsi al suo cuore ( Freder, figlio di Jho), mediatore tra vecchio e nuovo, peccato e redenzione, per assicurare a se stesso una nuova sopravvivenza.

Il libro è al pari del  film, un capolavoro, ma non è di quelli che si leggono tutti d’un fiato. Il linguaggio onirico, la complessità delle descrizioni, e le riflessioni dell’autrice sulla condizione umana, della quale i personaggi si fanno portavoce nello sviluppo della trama, oltre al sistema di valori tradizionali germanico, del quale è il vero manifesto, ne fanno un libro da apprezzare poco alla volta.

 

 

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