Vorrei chiederti. di Theo Jhon.

Vorrei chiederti perché

senza punti interrogativi,

vorrei dirti tutti gli errori

baciati dalle mie labbra,

erano nel suo stato grezzo,

ho spolverato fiamme

per trasformarli in diamanti.

Potrebbe passare l’infinito

attraverso terminazioni

definite ed approssimate?

Vorrei chiedermi scusa

per la miopia di cuore

che ha reso il cuore

un organo ipovedente.

Non mi hai mai creduto,

ho usato tutte le parole,

alla fine sono scappato,

ero il fenomeno del momento,

un piccolo poeta innamorato,

non ne capisti la metrica

ed il verso sciolto.

Theo Jhon

Scalzo44

Theo Jhon (Bartolomeo Di Giovanni) è nato a Palermo, laureato in Filosofia ed appassionato di Teologia ed Ermeneutica. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e prosa, saggi di Pedagogia, Ermeneutica e Filosofia del linguaggio. Alcune sue opere sono state tradotte in Inglese, Olandese, Spagnolo. Si definisce Poeta Scalzo perchè “il poeta scalzo è colui che sente profondamente il contatto con la madre terra, con la vita, con la natura, talvolta passando sopra zolle di calcare da dove egli ne sente il respiro […]“.

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SENZA VOLTARSI INDIETRO. di Annamaria Cordasco

Marta aveva bussato alla sua porta con leggerezza, come per gioco. Doveva raccogliere soldi con una lotteria locale, per comprare le tende per le uscite del CAI. Lei non lo aveva mai frequentato, ma Lucia le aveva chiesto di collaborare, perché ce n’era la necessità. Marta aveva deciso di accettare il compito e era andata prima dai vicini, chiedendo un contributo, quindi nei condomini adiacenti. Il gioco le aveva preso la mano: sembrava così facile bussare alla porta di sconosciuti, spiegare cosa faceva e perché, che decise di continuare. Il suo blocchetto di biglietti si assottigliò in fretta, finché non rimasero che due talloncini. Aveva scoperto che le veniva naturale la posa della venditrice, dal momento che non era lì a chiedere qualcosa per sé, ma per qualcun altro. Aveva compiuto da poco diciotto anni, Marta, e guardava al mondo con gli occhi ben aperti e uno sguardo amorevole, fiducioso. Così, quando si aprì la porta a sinistra del terzo piano della scala C del condominio di via Scalpellino, 13, aspettò con curiosità di sapere con chi avrebbe parlato, quella volta. Ad apparire fu un uomo sui trent’anni, appena brizzolato, le labbra piene, gli occhi nocciola circondati da borse vistose, il volto florido abbronzato, come anche le braccia, che si mostravano da una t-shirt grigia senza scritte, un paio di jeans scoloriti, mocassini ai piedi. Appena la vide le rivolse un sorriso accattivante, mostrando come fosse ben lieto di ascoltare tutto quello che aveva da dire. Marta si toccò i capelli con un gesto istintivo, poi cominciò a spiegare la causa della sua presenza. Quello, Domenico si chiamava, le propose a bruciapelo: “Ti compro io entrambi i biglietti, se entri a prendere un caffè con me.” La ragazza ci pensò un momento: soppesò l’uomo, i gesti, la postura, lo sguardo complice, e ne trasse evidentemente un’idea tranquillizzante, perché accettò di entrare. La casa era molto luminosa. Dopo un breve corridoio si apriva sulla sinistra un ampio soggiorno, dove la guidò Domenico, facendole segno di sedersi pure sul divano, mentre preparava il caffè. Marta obbedì, guardandosi intorno, mentre lui era in cucina. Era più vispa che mai: avrebbe potuto presto rubricare come un’avventura quell’episodio, raccontandolo alle amiche che, già lo sapeva, avrebbero sgranato gli occhi e si sarebbero coperte la bocca con la mano, fremendo dalla voglia di essere al suo posto, mascherata da un’esclamazione di paura. Tutto le sembrava ordinato e pulito in quella stanza. La finestra appena aperta lasciava entrare un refolo di vento che pigramente muoveva la tenda bianca, come una mano gentile che dà un lieve segno della sua presenza. La luce rendeva più spaziosa la stanza, che era stipata di mobili a ogni lato, il divano quasi al centro, con un tavolino di cristallo davanti. Pochi minuti e Domenico tornò con un vassoio con due tazzè di caffè, fedele a quanto aveva promesso. Posò tutto sul tavolino e sedette accanto a lei, a breve distanza, cominciando subito a far domande. Volle sapere di lei, cosa facesse, cosa pensasse. Marta si trovò a parlare di sé, pur cercando di evitare le domande troppo schiette, le indagini troppo minuziose. Poi l’uomo si appoggiò allo schienale, il braccio sinistro sul bracciolo del divano, fissando per un attimo la parete di fronte a sé, con un sorriso di compiacimento. Quindi diede in una breve risata: “Ti sarai chiesta come mai ti abbia fatto tante domande. Perdonami se sono stato invadente. Il fatto è che sono uno scrittore e mi interessa immensamente tutto ciò che fa e pensa la gente. Poi tu non sei “la gente” in generale, ma una ragazza in carne e ossa: non potevo resistere all’occasione!” Marta fu lusingata dalla sua attenzione, ora che ne conosceva il motivo. Ecco che improvvisamente l’uomo acquistò prestigio ai suoi occhi e, per la prima volta da quando era entrata in quella casa, sentì di aver fatto la cosa giusta. Così sorrise a sua volta e non potè fare a meno di chiedergli cosa scrivesse. “Perlopiù scrivo fantascienza.” Poi, vedendo che aveva catturato la sua attenzione, continuò raccontandole dell’ultimo racconto che aveva scritto, dell’ultimo, perché di quello in corso d’opera non avrebbe parlato a nessuno mai, che lo scusasse. A Marta parve anche simpatico, così, quando lui, posata la tazzina da caffè, le propose di vedersi una volta, per una passeggiata, “solo per motivi puramente professionali” come disse sorridendo, lei non potè se non accettare. Quindi si alzò di scatto, guardando l’orologio, improvvisamente imbarazzata, dicendo che doveva andare via, aveva altri impegni. Lui l’accompagnò alla porta e la salutò, dopo aver appuntato il suo numero di telefono. “Un tipo intraprendente, non c’è che dire”, riflettè tra sé, mentre scendeva le scale, ancora scombussolata. “Perchè te la prendi tanto? Sarà un incontro come un altro, vedrai che finirà per mostrarsi una delusione.” Tuttavia non potè fare a meno di sorridere, ripensando a quanto le aveva in poco svelato di sé. Passarono i giorni e Marta, per quanto non volesse ammetterlo neanche con se stessa, aspettava tesa la sua telefonata, combattuta tra il suo voler sminuire l’incontro avvenuto e l’interesse che, si rendeva conto, le aveva suscitato. Non aveva detto a nessuno quanto era successo, nonostante avesse voluto, e quando Lucia aveva ripreso la matrice dei biglietti venduti e il ricavato facendole i complimenti, colpita, aveva fatto spallucce, affermando che non era stato difficile. “Hai trovato qualcosa in cui sei molto brava. Pensaci, per il tuo futuro impiego!” l’aveva canzonata, pur sapendo che stava ammettendo una verità. Dopo quattro giorni Domenico chiamò. La salutò allegramente e le chiese di rivederla, magari al bar “Athena”, che ne pensava? Marta accettò, mentre sentiva il cuore balzarle in petto. Si diede della stupida per la sua facilità a emozionarsi, poi attese l’arrivo del giorno dopo, quando lo avrebbe rivisto.

Il bar “Athena” era il secondo bar più frequentato in città. Il primo era “Il toro”, un omaggio alla Spagna da parte del proprietario, che infatti lo aveva arredato con suppellettili in tema. “Athena” si trovava all’angolo tra il corso pedonalizzato e la strada principale che lo intersecava, attirando per le sue sale con ampie vetrate e per il gelato delizioso. Marta arrivò leggermente in anticipo, così si attardò qualche minuto davanti alla vetrina di un negozio di borse, che da sempre l’attirava. Si presentò poi al bar e con un’occhiata scorse l’uomo, in abito chiaro, seduto a un tavolino vicino al finestrone, una penna nella mano e un taccuino nell’altra. “Non perdi occasione per cogliere spunti, vedo!” gli disse sedendosi al tavolo. Quello le sorrise e le parve che fosse, per la prima volta, leggermente imbarazzato. “Un’abitudine a cui non so rinunciare” fece, mentre metteva in una tasca il notes. “Hai sempre fatto lo scrittore? Riesci a mantenerti con questo lavoro?” “Sì a tutte e due le domande. Lavoro con un fumettista, che disegna le storie che gli propongo, tra le altre cose. Magari hai avuto tra le mani un nostro lavoro.” “Leggo anche libri, non solo fumetti” ribattè lei. Poi si rese conto di essere stata scortese senza motivo e arrossì, rimanendo in silenzio. L’altro riprese la conversazione: “Parliamo di te. Stai per finire le scuole, cosa pensi di fare dopo?” “Voglio andare all’università, studiando diritto. Ho fatto qualche ora a scuola, per due anni.” Tacque, non sapendo come continuare. Lui la incoraggiò, sottolineando come fosse un percorso di studi impegnativo. “Beh, sì, non so.” “Così ti vedi magistrato tra qualche anno?” “Sarebbe bello.” L’entusiasmo contenuto affiorò nel tono della voce. Marta badava a dire poco di sè, ma evidentemente non riusciva a non essere significativa in quello che diceva. E poi quello scrittore aveva la maledetta propensione di andare al centro della questione. Le stava chiedendo delle sue amicizie adesso. Si mostrava così gentile, aperto, interessato, eppure le pareva che avessero poco da condividere. Mentre la chiacchierata continuava, tra pause e interventi, si ritrovava a constatare delusa che non le interessava il suo punto di vista sulle cose. Era lei troppo chiusa o era l’altro che non riusciva a manifestare un parere interessante? Si ritrovò a pensare che avrebbe voluto chiudere l’incontro e non vederlo più. Domenico continuava a parlare, spiegando il suo punto di vista sul bullismo, di cui si era sentito un altro caso in città. Parlava assorto, sembrava conquistato dalla sua stessa voce e rifletteva unendo le dita della mano destra, che poi scioglieva nuovamente. Rimasero in quel caffè per una mezz’ora, poi, come già era successo la volta precedente, fu Marta a dire di dover andare via. “Non ti rivedrò, non è vero?” chiese lui dolcemente. Lei rimase interdetta: da cosa mai poteva aver capito il suo disinteresse? Era proprio un libro aperto? Sorrise e considerò: “Potrà esserci occasione”, una frase generica che non significava niente. “Facciamo così: se ci ripensi, chiamami tu.” Domenico si alzò e le porse la mano. La ragazza era confusa, si alzò, afferrò la mano, quindi se ne andò, dopo che lui non aveva accettato che lei pagasse la sua parte. Quando fu in strada, Marta respirò più liberamente: si rese conto che aveva avvertito come una presenza troppo ingombrante quella dello scrittore. Era emersa un’insicurezza che non sapeva di avere e, lontana dalla situazione eccitante di qualche giorno prima, non aveva avuto la capacità di gestirla. Scrollò le spalle.

Un bambino in triciclo attraversò la strada e lei dovette fermarsi per permettergli di passare. Guardò in alto: il cielo azzurro si apriva da ogni lato, scintillante. Lentamente, Marta percorse il viale pedonale, senza voltarsi indietro.

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A proposito di Peter Pan.

Non tutti sanno che il  personaggio nato dalla penna di J. Barrie è molto lontano dall’immagine dello scanzonato adolescente che disegna Walt Disney per il suo cartoon.

Peter Pan è, in realtà, una figura  negativa e straziante, dalla psicologia molto complessa, frutto anche delle tristi vicende personali  che il suo creatore visse  durante l’infanzia.

Sir. James Barrie aveva un fratello maggiore, di nome David che , all’età di quattordici anni, morì in tragiche circostanze, ovvero, a causa di un incidente di pattinaggio sul ghiaccio. Questa perdita fu così devastante per sua madre, da farla chiudere in un muto silenzio. Il piccolo James che, all’epoca della morte del fratello aveva circa sei anni, decise che avrebbe aiutato sua madre in tutti i modi, cercando di trovare la soluzione ad un problema di adulti, alla maniera di un bambino di sei anni, ovvero pensò di prendere le sembianze del defunto David. James indossava i vestiti di David, fischiettava alla sua maniera e, così facendo, probabilmente, avrebbe rinunciato alla sua stessa identità, decidendo di non crescere più come se stesso ma come il fratello morto.

L’infanzia negata, oltre che perduta, è proprio la simbologia che cela il personaggio di Peter Pan, un bimbo che non vuole, o meglio non può crescere , perché sarebbe morto prima ancora di diventare reale.

Il libro è , in effetti, molto commovente ed io l’ho letto in una versione molto datata, donata alla nostra piccola biblioteca di quartiere, circa due anni fa, tradotta splendidamente da  Milli Dandolo.

Grazie a questo libro ho anche capito quanto una buona traduzione sia necessaria per poter amare ed appassionarsi ad un autore straniero .

 

Marianna De Stefano

 

 

 

 

Tutto è iniziato così…

Sono davvero emozionata nello scrivere questo primo articolo e , se rivedo la foto qui sopra , lo sono ancora di più.

Due anni fa mi sono decisa a far costruire dal mio amico falegname una “casetta dei libri”. Volevo  realizzarne una dovrei avrei messo un po’ di libri a disposizione di chi avesse avuto il piacere di leggerli. Ho organizzato una piccola festa, chiamato un po’ di amici, che hanno portato altri amici, preparato qualcosa da mangiare e quello che ne è venuto fuori è andato oltre ogni migliore aspettativa.

Questa casetta, insomma, questa “Little Free Library”, è stata accolta con così tanto piacere da divenire, in due anni , un piccolo presidio di cultura di quartiere, fatta di persone, non necessariamente residenti alla via Aliperti, libri, tantissimi, scambio e condivisione di idee, ed iniziative legate alla lettura e molto altro.

L’idea, che non è mia, ma dei nostri “cugini” statunitensi, i primi inventori delle Little Free Libraries , è così piaciuta che, oggi, un territorio che non ne conosceva l’esistenza, ne può contare quattro!

Ora, questo cafe, a disposizione di chi abbia il piacere di condividere informazioni, lavori, idee, iniziative, recensioni di libri, film, notizie sull’editoria….tutto ciò sia cultura.

A volte, per realizzare qualcosa di bello, bisogna semplicemente  provare, e non avere paura di fallire. Questa è la lezione imparata da un adolescente, al quale ultimamente mi accompagno spesso . “Se credi di poter volare, ci riuscirai!”, diceva Peter Pan  ad una Wandy incredula circa la possibilità di riuscire a volare come lui.

Sir J. Barrie non me ne voglia se l’ho tirato in ballo così maldestramente, ma il suo capolavoro, che ho letto solo in età “matura” grazie ad uno sconosciuto amico che lo ha lasciato nella nostra piccola biblioteca di quartiere, è stato per me illuminante per molte ragioni , una per tutte: sotto un universo di stratificazioni accumulatesi in anni, vive, a profondità ancestrali, l’essenza di noi stessi ed lì che dobbiamo andare il più spesso possibile per stare bene con noi stessi e con gli altri.

Mi sono messa, allora, sulle tracce di Peter, partendo dai luoghi in cui era stato avvistato, in cui è cresciuto, ove si è smarrito: i meravigliosi giardini di Kensington!

Ho tolto le mie belle scarpette, che qualcuno ha detto essere uguali a quelle di Doroty (!!!), su quei prati verdi che solo in Inghilterra puoi trovare;  ho percorso sentieri tenendo in mano  il disegno di una vecchia mappa, mostrandolo nel mio inglese stentato, molto stentato, a pazienti passanti che mi indicavano di volta in volta la strada, ma non l’avrei trovato se accanto a me non avessi avuto un altro bambino a farmi da guida.

E’ stato lui che, alla fine, mi ha indicato Peter, perchè quando ti metti in  viaggio in territori che non conosci, o meglio in cui manchi da una vita, hai bisogno di una guida pratica del posto. Per fortuna, io l’avevo.

E allora?

E allora si vola. E non si scende più.

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